Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha annunciato che nel post Covid si sarebbe aperta una stagione nuova per la Sanità, a cominciare dalle dotazioni finanziarie: il fondo sanitario nazionale passa da 114 miliardi di euro a 124 miliardi, con il raddoppio della quota annuale da uno a due miliardi.
A queste risorse si aggiungono i 20 miliardi del Pnrr. Una realtà che non combacia con quella sperimentata sul campo dagli operatori: orari di lavoro no stop, carenza di personale, retribuzioni non allineate alle tutele contrattuali. Il tutto, spesso, senza neppure la prospettiva di un reale avanzamento di carriera in tempi “umani”. La denuncia arriva dallo storico sindacato dei medici Cimo-Fesmed, che segnala un paradosso: mille giovani laureati che hanno vinto la borsa di specializzazione rinunciano. Una ‘inversione a U’ rispetto ai tempi in cui si chiedeva di aumentare i posti di accesso alla Facoltà di Medicina e il numero delle borse per gli specializzandi.
“Per i medici il nuovo contratto di lavoro non vedrà la luce prima di un anno. Il CCNL 2016-18 siglato dopo 10 anni ed esigibile dal 2019 non viene applicato nel 98% delle aziende. Infatti, in tutta Italia contiamo meno di cinque contratti applicati su oltre 200 aziende, perché non c’è voglia di incentivare la permanenza dei medici dentro l’ospedale”. Guido Quici, presidente della Federazione Cimo-Fesmed, si dice molto pessimista sul fronte del personale medico. Il presidente dello storico sindacato dei medici parla infatti di ‘riduzioni’: “11.500 le strutture tagliate, i Primariati sono stati ridotti del 36% e le strutture semplici del 44%”. E se si riduce l’offerta sanitaria, tutto il personale si riduce, così come gli stipendi: “In 10 anni il numero di medici del SSN è diminuito del 4%, mentre i fondi accessori del 20%. Significa che, per la sola componente variabile del salario, ogni medico ha perso mediamente, in forma cumulata, circa 15.700 euro”. Inoltre, secondo Quici, “i dirigenti medici dovrebbero ricevere diversi milioni di euro di residui dei fondi contrattuali degli anni precedenti, perché c’è una differenza importante tra i fondi definiti dagli atti deliberativi e i fondi realmente erogati”.
In sostanza “abbiamo tre fondi- spiega Quici- il fondo di risultato è quello più basso, mediamente 3mila euro lordi l’anno assegnati a fine anno se gli obiettivi sono stati raggiunti; il fondo di disagio è relativo al pagamento delle indennità, come i festivi o i notturni; e, infine, il fondo di posizione che deriva dal valore del ruolo che una persona esercita. Nel corso di questi anni, man mano che i medici andavano via, i fondi si sono ridotti. In carenza di personale i medici rimasti in corsia si sono fatti carico del lavoro di quelli andati via. Le loro ore di lavoro in più, però, non sono state riconosciute sotto forma di lavoro aggiuntivo ma come straordinario”. Il lavoro straordinario, però, è “lavoro non programmato- ricorda il presidente Cimo-Fesmed- se ho costantemente posti vacanti dei medici non si tratta di straordinario ma di carenza di personale. Quindi, con un fondo di disagio di 1 milione di euro, ad esempio, si arriva a spenderne 1 milione e 400.000 perché si utilizza il lavoro straordinario per far lavorare di più chi rimane. Questi soldi- chiarisce Quici- si pagano con i soldi dei medici stessi, ovvero riducendo i fondi a costo zero per l’azienda. Il fondo di disagio assorbe più risorse delle risorse preventivate e i residui non possono essere ripartiti, perché sono assorbiti dal deficit negativo”.
Un contesto nel quale il Pnrr non sembra rappresentare una soluzione. Anzi per la Cimo-Fesmed e’ “un’arma di distrazione di massa, che non parla di ospedali, e dà prospettive che rischiano di non esistere, perché non credo ci sarà la copertura finanziaria per l’assunzione delle migliaia di infermieri e professionisti sanitari previsti dalla riforma della sanità territoriale. È una polveriera, rischiamo di costruire strutture vuote, senza personale sufficiente. È vero che la finanziaria dice che dal 2022 al 2024 ci sarà un incremento del Fondo sanitario nazionale di 2 miliardi l’anno, quindi di 6 miliardi, ma non si dice che nel Def il rapporto Spesa/Pil nel 2025 scenderà di quasi un punto percentuale rispetto al 2022. I soldi non ci sono”.
Quici lo dimostra conti alla mano: “Il Dm 71 prevede che a fronte della creazione di 1.200-1.500 case di comunità e di 600 ospedali di comunità ci saranno 20.000 infermieri di famiglia, circa 1.500 assistenti sociali e almeno altri 10.000 assunti tra operatori socio-sanitari e personale di supporto. Servirebbero almeno 1,4 miliardi di euro in più l’anno, solo per pagare il personale. Non credo ci sarà la copertura”, assicura Quici.
A salvaguardia del personale medico la Cimo-Fesmed avanza allora due semplici richieste: “Il CCNL deve essere esigibile e una volta siglato le aziende devono essere obbligate a concludere i contratti aziendali. Ho già chiesto al ministro Brunetta di introdurre una penalizzazione ai direttori generali che non vogliono chiudere i contratti aziendali. In secondo luogo- conclude- si deve creare un vero sviluppo di carriera per dare una prospettiva ai medici. Un medico giovane che entra in Pronto soccorso ha l’84% delle probabilità di non fare mai una carriera e nel tempo subisce aggressioni e avvisi di garanzia per denunce. Siamo di fronte a un paradosso: quest’anno seicentocinquanta medici hanno rifiutato la scuola di specializzazione in Medicina d’emergenza-urgenza e in totale sono andate vacanti oltre 1.000 borse di studio”.
