‘Prima di dire se l’indennità ai sanitari del pronto soccorso sia una buona iniziativa dobbiamo dire cosa non ha funzionato nel nostro Servizio sanitario nazionale, perché il problema è la programmazione ed è una questione drammatica. Il ministro sta quindi correndo per risolvere un problema annoso sul quale a cascata si aprono tutta una serie di altri questioni’.
Sono le parole di Filippo Anelli, presidente della FnomCeo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici, che, interpellato dall’agenzia Dire, spiega dove e come agire per fare in modo che l’indennità di 90 milioni di euro, prevista dal ministro della Salute Roberto Speranza, e da inserire in un articolo della manovra finanziaria possa davvero funzionare. ‘C’è carenza estesa di sanitari nei vari reparti così come c’è penuria di figure sanitarie sul territorio che possano incidere per impedire l’afflusso nei pronto soccorso- chiarisce Anelli- Negli anni le Regioni non hanno programmato correttamente e ora non possiamo risolvere tutto con l’indennità senza individuare precisamente le cause della mancata programmazione.
Il ministro Speranza tuttavia- precisa Anelli- ha invertito la rotta della medicina amministrata in cui le risorse erano contingentate e la salute era considerata un costo. Questo però non basta’. Da molto tempo si parla delle carenze nei pronto soccorso e della difficoltà di trovare i medici, ‘si è compensanto con i neolaureati e non quelli specializzati, che mancano ancora più drammaticamente- spiega il presidente di FnomCeo- e in questo senso sicuramente il provvedimento del governo è opportuno, considerato che le attività che i colleghi svolgono nelle aree di emergenza sono sempre straordinarie in termini di impegno; è infatti un lavoro gravoso, usurante, analogo a quello che viene svolto dai sanitari del servizio 118.
Ma basta aggiungere un’indennità ?- si interroga Anelli- Non so se basterà , la formazione ha un valore importante e su questo siamo arrivati molto tardi anche nel definire esigenze e percorsi formativi. L’allarme ci viene dal fatto- sottolinea il Presidente- che le borse di specializzazione per la medicina di urgenza ed emergenza non sono state tutte coperte: i neolaureati hanno preferito andare a lavorare altrove, dove il servizio è meno gravoso. L’altro passaggio importante è quello di rendere l’accesso al pronto soccorso diverso: il servizio deve essere rivisto, le persone trovano conveniente ed utile che per un problema acuto o subacuto il pronto soccorso trovi sempre delle soluzioni, ma l’organizzazione va ripensata e non limitata all’emergenza, con una gestione più larga per dare risposte ai cittadini, affinché siano presi in carico dal proprio medico di famiglia’.
Emerge per Anelli la centralità del rapporto ospedale-territorio: ‘Ovvero i classici problemi che non abbiamo mai risolto. La programmazione legata alle attività delle Regioni è un tema che va assolutamente affrontato: sulle gestioni periferiche in mano alle Regioni serve dire cosa non ha funzionato. Va corretto questo meccanismo, non servono le accuse- avverte Anelli- O si parte dagli standard agli ospedali che però non si sono mai voluti fare perchè ingabbiano le amministrazioni e consentono l’aumento dei costi- spiega- o si scarica sui professionisti l’intera partita, come sta succedendo. Servono le mappe dei fabbisogni, capisco che la flessibilità sia importante, ma l’onere non può ricadere sui medici e sul personale sanitario, perché poi alla fine i sanitari delle aree di emergenza se ne vanno e il sistema non regge’.
Per il fattore di ‘retention’, ovvero la capacità di trattenere in servizio i sanitari, rischia quindi di non essere sufficiente l’indennità : ‘Serve sia il riconoscimento del lavoro usurante e gravoso, ma serve anche trovare il personale per allentare il carico’, rimarca Anelli. ‘Dobbiamo inoltre rivedere il sistema delle equipollenze sanitarie, anche gli anestesisti vogliono contare. E non è una rivendicazione settoriale, ma una giusta rivalutazione. Si deve consentire a chi spende del tempo lavorando in ospedale di acquisire quella esperienza per le proprie competenze nel campo di specializzazione’. Nel ragionamento più ampio di rivedere le equipollenze potrebbe rientrare anche la regolarizzazione dei contratti a termine avviati con l’emergenza Covid, circa 50mila, che è intenzione del ministro inserire nell’articolo della manovra: ‘Questo significa che si deve dire a chi ha già svolto 1 o due anni in pronto soccorso che avrà una corsia preferenziale per la specializzazione- invoca Anelli- come venne affrontato nel decreto Calabria, provvedimento che ha provato a dare risposta ai ‘camici grigi’.
In sostanza le esperienze svolte nel nostro SSN devono essere valorizzate e non disperse. Ed in questo senso- aggiunge il medico- il ministero dovrebbe fare una riflessione sull’emergenza-urgenza e sul 118. Resto convinto che i due settori debbano essere omogenei e godere di una certa osmosi, ma anche essere mantenuti separati: per mettere personale sul servizio 118 non posso lasciare sguarnito il pronto soccorso’, spiega Anelli. ‘I due servizi devono essere messi sullo stesso piano rispetto all’esigenza di salute: non è abbassando la qualità della risposta, come avviene con il ‘task shifting’, mettendo gli infermieri sulle ambulanze e i medici nei pronto soccorso, che si risolve la questione. Si rischia sempre un’assistenza monca ai cittadini, senza le competenze del medico. Un aumento delle indennità non può che favorire un’attrattiva, ma senza programmazione è una risorsa che si disperde’.
‘Le azioni da fare per migliorare la programmazione devono fare i conti con quanto opposto dalle Regioni’, sottolinea Anelli: ‘Il tetto sulle assunzioni è stato ridotto dell’1,4% e su questo Speranza sta lavorando già da tempo. E già Giulia Grillo, ministro della Salute prima di lui, aveva avviato un percorso portandolo all’8%, ora il ministro della Salute lo porta al 15% proprio per aumentare il fondo della sanità regionale destinato anche alle assunzioni. Ma bisognerebbe agire in modo mirato: penso alla Calabria che con poche risorse fa una medicina eroica. Dobbiamo avere un occhio particolare per le sanità regionali che hanno grandi carenze, a partire dall’articolo 2 della Costituzione- sottolinea Anelli- che viene prima del 117 e ci parla del dovere di solidarietà . Poi bisogna comprendere come migliorare i processi formativi, su questo il ministro Speranza ha dato alcune risposte importanti: ad oggi ci sono 17.400 borse e si è svuotato l’imbuto formativo. Il ministro ha inoltre detto che ogni anno avremo 12mila borse per la formazione specialistica, tenendo conto che si laureano attorno ai 10mila medici l’anno. Un aumento delle iscrizioni a Medicina, come è avvenuto quest’anno, deve però rispondere ad esigenze concrete’, avverte il presidente: ‘Chi entra oggi lavorerà tra dieci anni e le nostre prospettive di miglioramento non possono essere a sei anni, come fatto finora, ma dobbiamo fare delle previsioni a 10 anni’.
‘Poi la programmazione va tarata sul territorio: il fabbisogno sulla medicina generale le Regioni dovevano darlo entro febbraio 2021 e doveva partire il bando entro giugno ma ad oggi non abbiamo nè l’uno nè l’altro. Bisognerebbe chiedere alle Regioni’, stigmatizza Anelli. Un discorso che tiene dentro anche le Usca, le unità speciali di continuità assistenziale, che sono state create all’inizio della pandemia per dare assistenza domiciliare ai sospetti o conclamati casi Covid dai quali i medici di famiglia non andavano. ‘Il provvedimento voluto da Speranza considera anche loro per la riconferma del servizio, ma sulle Usca va posta attenzione- avverte Anelli- le unità speciali destabilizzano l’intero sistema. Se una guardia medica guadagna 20 euro l’ora un’Usca 40: con una tale differenza, dove vanno a lavorare i medici?’, chiede retoricamente Anelli. ‘Ai servizi di continuità assistenziale e per la medicina turistica, stante così le Usca, non ci andrà a lavorare più nessuno: o parametriamo gli stessi risultati e mettiamo le Usca nel contratto della medicina generale, equiparando le risorse e le indennità , altrimenti squilibriamo i servizi. Anche questa è programmazione. E del resto i 243 milioni di euro per fornire ai medici di medicina generale gli spirometri sono ancora bloccati, o non sono stati distribuiti alle Regioni o peggio non utilizzati dal ministero’, denuncia Anelli.
‘La burocratizzazione del sistema porta ad una dispersione di tempo e risorse’. Infine una riflessione sulla pandemia: ‘Queste ultime varianti, la delta plus ad esempio, inquietano, il ricorso alla terza dose per tutti è ormai una scelta obbligata- spiega il presidente FnomCeo- Nessuno ha mai pensato che il vaccino fosse in grado di proteggere totalmente dall’infezione, oltre che dalla severità della malattia, ma ora è chiaro che serve verificare con la terza dose se riusciamo a ripristinare una certa protezione’. Se andremo incontro ad un’altra ondata? ‘La chiave di volta è ancora una volta il green pass’, spiega Anelli: ‘Ci aiuta a rendere i luoghi pubblici più sicuri, ma è altresì vero che un elemento che fa la differenza in questo momento è la scuola. Se c’è qualcuno non vaccinato in aula si può immettere il virus all’interno delle famiglie quando si abbasserà sempre più la protezione del vaccino. C’è poi il fattore manifestazioni, come i cluster che abbiamo visto a Trieste. Il problema è duplice: serve quindi la terza dose, ma anche puntare sulle prime vaccinazioni, perché riduciamo la base su cui il virus può colpire. L’immunità di gregge è ancora un tema attuale’, conclude Anelli.
